24 marzo 2008

George Harrison... l'ombra che ha illuminato la musica

076f93e4b62ea7fce3a788cf0cb26782.jpg

“Terzo Beatles” è l’etichetta (o forse la croce) che ha accompagnato George Harrison negli anni dei Fab Four.

Dagli esordi fino alla fine della più grande avventura musicale del secolo, Harrison vive all’ombra di Lennon e McCartney. Fu McCartney a notare George e a presentarlo al leader dei Querrymen, Lennon. Fu quest’ultimo a centellinare le apparizioni di George con i Querrymen fino a renderlo membro ufficiale.

Ma terzo a chi? Chi ha etichettato George Harrison come terzo, si sarà sicuramente mangiato le mani dopo lo scioglimento dei Beatles, perché da quel momento in poi il mondo della musica si è sentito in dovere di chiedere scusa per non averlo riconosciuto da subito come reale artefice del movimento culturale e di costume che ha caratterizzato gli anni 60.


George Harrison ha recitato infatti il ruolo di primo attore in questo periodo soprattutto dal 66 al 70, influenzando pesantemente la musica rock e i movimenti giovanili.

La prima grande rivoluzione di Harrison ebbe inizio con il viaggio in India e con la sua consolidata amicizia con il compositore e suonatore di sitar Ravi Shankar. L’introduzione del sitar nella musica rock fu appunto un’intuizione di Harrison. Intuizione non da poco, non solo per il sound ma per quello che il sitar simbolicamente rappresentò, l’apertura di una finestra culturale sul mondo.

 

d8151d727c4db4c68a9abb6149ec1cee.jpg  5bfbecc272a2d0e661dfc3185ecdbf32.jpg  3eab65e5d1883703e9176e429523611a.jpg

 

Nei due album della radicale maturazione beatlsiana, Rubber Soul (‘65) e Revolver (’66), il “terzo”, sempre agendo nell’ombra, introdusse le basi del glorioso cambiamento che il gruppo stava per subire. In Rubber Soul comincia la “prepotente” carriera di compositore di George Harrison. Le sue “Think for yourself” e “If i needed someone” dovettero vedersela con Michelle e In My Life, capolavori rispettivamente di McCartney e di Lennon; non possono essere paragonate a livello di successo, ma le due composizioni di Harrison erano le uniche dell’album che evidenziavano lo strappo tra i vecchi Beatles e i nuovi che avanzavano. Ad aprire l’album Rubber Soul fu “Drive My Car”, la ballata R&B di Lennon-McCartney. Tra le righe della canzone è possibile ascoltare la frase raddoppiata di basso e chitarra, altra geniale intuizione di George.

Per completare Norwegian Wood, Harrison cambio la chitarrà con il sitar (Ravi Shankar in un intervista dichiara che non fu meravigliato di come Harrison suonò lo strumento, ma di come ai giovani e al mondo piacesse questo suono).

Arriva il 1966 e Revolver. I Bealtes sono cambiati. Ad inaugurare il cambiamento c’è la canzone di apertura del disco, Taxman, un ritmo duro, martellante e soprattutto nuovo. La firma è di Harrison,  che piazza anche una seconda sua composizione nello stesso disco, è Love You To, in perfetto stile indiano.

Arriveranno poi i capolavori. While My Guitar Gently Weeps (appena ascoltata la demo, McCartney disse che già era già perfetta così), la bellissima Something (capace di relegare Come Together nel lato B del singolo Something/Come Together) e Here Comes The Sun (scritta nel giardino della villa di Eric Clapton dopo un periodo non facilissimo di George).

Da Rubber Soul in poi, i Fab Four erano molto aperti alla sperimentazione, ai nuovi suoni e alle nuove tendenze (e anche alle droghe). Così, dopo l’introduzione del sitar, e dopo aver dato il via alle tendenze orientali, George Harrison comincia a sperimentare musica elettronica culminando nella pubblicazione dell’album Wonderwall (1967- primo album da solista realizzato da un beatle) e Electronic Sound.

 

E’ questo un George Harrison al culmine della sua ispirazione artistica. Ovviamente il ruolo di terzo Beatles lo soffoca tanto che, come documentato nel film Let It Be, durante una seduta di registrazione si rivolge a McCartney dicendo: “E dimmelo cosa devo suonare, Paul. Farò qualsiasi cosa che vuoi. Anzi, se vuoi non suono proprio”. In questa frase penso ci sia racchiusa tutta la sua carriera di Beatle.

 

Si scioglie il gruppo. Harrison tira giù la maschera. Il suo primo album solista post Beatles (All Things Must Pass) fu un successo tale da superare quasi le vendite del primo album solista di Paul McCartney e di quello di John Lennon messi insieme.

Il mondo comincia così a scoprire Harrison e qualcuno probabilmente comincia a rendersi conto che forse “terzo” non lo era. Il timido, il riflessivo, il solitario e triste Harrison esce allo scoperto, brillante più che mai.

 

Nel 1 agosto 1971, George Harrison allestì quello che fu il predecessore del Live 8. The Concert for Bangladesh. Per la prima volta nella storia della musica, viene organizzato un concerto per raccogliere fondi a scopi benefici. All’evento parteciparono i più grandi artisti del momento (gli amici di George), da Bob Dylan all’amico di sempre Eric Calpton, da Yehudi Menhuin a Philip Glass, Jean-Pierre Rampal e tanti altri. Poi i musicisti come Billy Preston, solista in That's the way God planned it, Leon Russell, Ringo Starr, Klaus Voorman al basso, Jesse Ed Davis alla chitarra, il gruppo Badfinger, la sezione fiati diretta da Jim Horn. Madison Square Garden divenne il centro del mondo, l’evento fu proiettato poi nei cinema e fu distribuito in triplo vinile e doppia audiocassetta.

Come il suo carattere, ombroso, silente e triste, così un tumore al cervello avanzò fino a portarcelo via, il 26 novembre del 2001. Le sue ceneri furono sparse, come per sua volontà, nelle acque del Gange. La moglie, Olivia, e l’amico Eric Clapton, a distanza di un anno dalla morte, hanno ricordato George Harrison alla Royal Albert Hall di Londra con il “Concert for Geroge” (29 novembre 2002). All’evento hanno partecipato gli amici di sempre Ravi Shankar, Paul McCartney, Ringo Starr, Eric Clapton, Tom Petty, Jeff Lynne, Gary Brooker, Billy Preston, Joe Brown e il figlio Dhani Harrison, quest’ultimo identico al padre.

Dal 15 marzo 2004 il suo nome figura nella Rock and Roll Hall of Fame

Troppo per essere considerato un terzo…

 

«Ha lasciato questo mondo come aveva vissuto: consapevole di Dio, senza paura della morte ed in pace, circondato dalla famiglia e dagli amici. Spesso ripeteva: "Tutto può attendere, non la ricerca di Dio e amatevi l'un l'altro"» (Olivia Trinidad Arias Harrison)

 

(Questo post non riporta la completa biografia e discografia di George Harrison, ma solamente alcune citazioni e considerazioni)

 

I commenti sono chiusi